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Il V(u)oto

[contributo al dibattito sul referendum del Codice Deontologico degli Psicologi]

di Giuliana Capannelli, Psicoanalista (Ancona), Membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi

 

Mi sono sempre domandata che cosa la psicoanalisi avesse a che fare con la psicologia.

Figlie di una stessa radice linguistica orientano le proprie ricerche in campi, se non opposti, certamente bifronti.

La decisa, seppur sofferta rinuncia della psicoanalisi di assurgere a disciplina scientifica e la costante pretesa da parte della psicologia di farne parte a pieno titolo, sono solo alcune delle questioni più in evidenza della distanza abissale che si interpone tra i due S’oggetti.

Per non parlare dei punti di mira: una fa della guarigione un sovrappiù incidentale, interessandosi a fare esperienza del non padroneggiabile, l’altra si pone a baluardo della salute cosiddetta mentale e trova i suoi confini nella norma sociale.

Questo divario, radicale e inassimilabile, dovrebbe evidenziare la condizione di due sorellastre più o meno pacificamente separate alla nascita in cui ciascuna segue il proprio cammino. Al contrario, ci ritroviamo ad affrontare una situazione al limite dell’incredibile: una è relegata in cantina, l’altra spadroneggia a man bassa.

Non serve richiamare qui la legge dello Stato per cui, per esercitare la professione, bisogna passare sotto le forche caudine della laurea in psicologia, della specializzazione in psicoterapia e dell’iscrizione all’ordine professionale. Rispettare le leggi è altra cosa dall’esserne asserviti.

Inoltre, tanto più è dura per ciascuno, tanto più è importante il sostegno della comunità di riferimento. Comunità che non può dirsi in pace se non protegge e non agisce a partire dal proprio orizzonte, creando alternative, provocando. Nulla esime la psicoanalisi dal portare avanti la sua battaglia etica, clinica e politica oltre gli steccati del sistema ordinistico.

Tutti noi abbiamo esperienza dell’inutilità degli studi di psicologia una volta venuti a parte e fatto esperienza della psicoanalisi e – mi permetto – in particolare quella lacaniana. Anni buttati al cesso, se non fosse che aiutano a comprendere meglio tutto ciò che concerne il campo entro cui non operare. E poi altri anni di approfondimento specialistico secondo norme ministeriali, l’iscrizione all’Ordine che sancisce il titolo acquisito per far parte della categoria curante, l’avere a che fare con regolamentazioni formali e formazioni regolamentate e, infine, un codice a cui attenersi.

A onor del vero, personalmente ho messo mano al codice deontologico per la prima volta in questo frangente di semi contestazione, avendolo sempre considerato strumento ostico e inutile ai fini del mio lavoro, come d’altra parte ogni testistica, statistica o standardizzazione, materiali che invece fanno allegramente parte del pamphlet dello psicologo – psicoterapeuta.

La mia visione è molto semplice: la psicologia è un cancro della psicoanalisi e bisogna individuarne la cura, se non c’è tocca inventarsela, pena il decesso certo.

Per fare riferimento all’attualità, e quindi alle modifiche proposte e ormai apportate al codice deontologico degli psicologi italiani grazie al voto di meno del 15% degli aventi diritto e con un forte segnale da parte dei sostenitori del No, riporto una dichiarazione della presidente della commissione del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi che, complice il covid, si è incaricata di rivedere le normative deontologiche.

La frase recita così: “A me personalmente piace immaginare il codice e la Deontologia come una figlia, figlia di una madre che si chiama Etica e di un padre che si chiama Normativa. Questa famiglia vive all’interno della casa del paradigma scientifico al quale la nostra disciplina appartiene” (1).

Un bel quadretto familiare dunque, in cui tutte le caselle sono allocate al proprio posto, se non fosse che questo specchio solido e conforme non corrisponde alla contemporaneità in cui il movimento psicologico pretenderebbe di situarsi. Una famigliola che vive dentro una grande casa, quella del paradigma scientifico, in cui sono racchiusi tutti i saperi e le aspirazioni della disciplina psicologica (ovunque nel nuovo codice spuntano le parole “scienza” e “scientifico”).

C’è poi il nucleo edipico al completo: mamma Etica, papà Normativa, figlia Deontologia.

L’Etica, di cui qui si enunciano quattro principi, è indicata come un caposaldo a priori: né sottoposta a votazione, né prescindibile. D’altra parte, come si sa, mater semper certa est! Ma declinare l’etica come una madre, e per lo più non castrata, è operazione alquanto pericolosa – niente è più lontano dall’etica del materno – oltre che puerile: l’etica non genera, semmai è generata.

L’etica a cui si fa riferimento è, neanche a dirlo, quella della “buona pratica” professionale, lontana anni luce dalla concezione che Lacan ci propone già dal Seminario VII (2) in cui, allontanandosi da qualsiasi ideale tecnocratico, fonda l’agieren etico sul desiderio inconscio, desiderio non assoggettabile al discorso della scienza ed ai suoi effetti.

Sul padre di nome Normativa e la figlia Deontologia è quasi inutile soffermarci. Il buon caro vecchio Freud aveva già i suoi problemi con la declinazione dell’edipo femminile e non vorremmo infierire oltre. Ma l’appello alla Norma del padre riduce la funzione simbolica della legge alla regola, appiattendo la portata di una parola ordinante e diluendone i suoi effetti. Ne troviamo tracce tangibili in molti articoli del codice che segnano, tutti, il generale e grave asservimento ai vari sistemi: giuridico, sanitario, legislativo, ecc. seppur ammantato da comprensione delle reciproche differenze.

A partire da tutto ciò, che frutti possono nascere? Quale figlia ne esce?

E inoltre, che posto in tutto questo ha e prende la psicoanalisi?

Il continuo slittamento linguistico presente in ogni parte delle modifiche apportate al nuovo codice, che è mimesi del complesso di leggi che ordinano i regolamenti finendo per imporre agli ordini professionali di asservirsi prima che asseverare pratiche sociali; la faciloneria, non meno colpevole, con cui si pensa di poter far passare principi di etica senza sottoporli alla comunità votante; l’incredibile e autoritaria imposizione di una votazione in blocco di tutto il codice senza permettere alcun distinguo, sono la cartina di tornasole di un sistema che parla da solo, eco di altri omologhi ordinamenti.

Un’azione di denuncia e di contemporanea proposizione è richiesta ogni volta che sono in ballo i diritti, per fare muro ma anche smurare, arginare e smarginare ad un tempo. La lingua e i segni linguistici ci sono di aiuto per la resa plastica di questo movimento.

Così si tratta di passare per un V(u)oto: dal Voto sulla Deontologia al Vuoto della De Ontologia, da uno studio sul dover’Es_sere a un discorso di o sull’essere. A voler mantenere l’idea di sopra, una figlia il cui desiderio non è determinato a priori bensì aperto verso nuove direzioni trasformandoci – tutti! – da Votanti a Vuotanti.

All’opera, sempre.

 

1. https://www.youtube.com/watch?v=34Fg5UapqNA (dal min 3,06 al min 3,28).
2. J. Lacan, il Seminario. Libro VII, L’etica della psicoanalisi, 1959-1960, Einaudi Editore, Milano 2008.

 

[la cronaca]

Tra il 21 e il 25 settembre 2023, si è tenuto il referendum dal titolo “Approvate voi il codice deontologico delle psicologhe e degli psicologi italiani, come modificato dalla deliberazione del CNOP n. 14 del 28 aprile 2023?”. Modalità di voto: online.

Su 131.584 iscritti all’Ordine, i votanti sono stati 16.909, di cui 9.034 e 7.617 Noschede bianche 258. (fonte CNOP).

Nelle fasi che hanno preceduto il quesito referendario online si è aperto un dibattito serrato.

“Il 27 giugno 2023 è stato comunicato che il quesito referendario sarà uno e soltanto uno, cioè quello di accettare o rifiutare in blocco il nuovo Codice Deontologico”, parole estratte dal documento di critica “Perplessità su modifiche” alla revisione dello stesso, redatto dalle e dagli appartenenti al comitato spontaneo NOcheUnisce nato in risposta alla proposta referendaria.

Il 19 settembre 2023, al Tribunale di Palermo viene presentato un Ricorso al T.A.R. del Lazio in cui undici ricorrenti presentano istanza avverso il CNOP.

Nonostante la chiusura del referendum, il dibattito è tutt’altro che in via di esaurimento, insistendo ed estendendosi su linee di principio quali, tra altre: etica della professione, politiche della valutazione, scienza
e scientismo.