Sabato Lacan – Lez. II – Seminario a cura di Adele Succetti presso Officina Coviello – Milano – 24 novembre 2018

Sabato Lacan – Seminario a cura di Adele Succetti presso Officina Coviello – via Tadino 20 Milano – 24 novembre 2018

Il secondo capitolo di “Televisione”, intitolato, nella prima pubblicazione, “L’inconscio, cosa molto precisa”, parte da una affermazione, espressa con tono un poco irriverente da Jacques-Alain Miller, che dice: “L’inconscio, che strana parola!”. Al che Lacan ribatte che è il termine inventato da Freud, l’inventore della psicoanalisi, il termine “migliore” che ha trovato e non è il caso, dice ancora Lacan, “di ritornarci su”. “Questa parola”, continua Lacan, “ha l’inconveniente di essere negativa, il che permette di supporvi qualsiasi cosa”, sia essa ovunque o da nessuna parte. Di fatto, Lacan puntualizza che inconscio non corrisponde a non- conscio. È una, dice lui, “cosa molto precisa”.

In primo luogo, “c’è inconscio solo nell’essere parlante” (p. 15). Negli animali, che hanno un essere in quanto sono nominati dagli uomini, “c’è dell’istinto, ovvero il sapere che la loro sopravvivenza implica”. L’inconscio, quindi, non ha nulla a che vedere con l’istinto, un sapere proprio degli animali, che permette loro di sopravvivere. Solo gli animali domestici o comunque addomesticati – quelli che, dice Lacan, “soffrono per la mancanza dell’uomo, detti per questo d’uomestici” sono percorsi da “sismi”, molto brevi dell’inconscio! Cosa significa tutto ciò? Anzitutto il fatto che l’inconscio dipende dal linguaggio – che ne è la sua condizione – e che l’ambito del linguaggio non è costituito semplicemente dalle parole ma anche dagli effetti delle parole, dal peso che esse hanno e dall’esistenza di un destinatario delle parole stesse. Gli animali domestici hanno qualche manifestazione dell’inconscio, lo subiscono, in quanto soffrono della mancanza, in cui si colloca il loro padrone che, oltre al cibo, li nutre anche di parole. Per questo motivo, l’inconscio in loro è presente e si manifesta – anche se per poco – come una scossa, come una vibrazione che smuove qualcosa all’interno e sul loro corpo.

Già nel passato, Lacan aveva segnalato che in quelli che ormai sono denominati come pet, gli animali di compagnia, vi è un abbozzo dell’articolazione significante e, nel 1961, durante il suo Seminario inedito L’identification, Lacan aveva parlato della differenza tra gli animali domestici e gli uomini, a proposito della sua cagnolina Justine, per sottolineare il fatto che, a differenza “di quello che avviene nell’uomo in quanto parla”, essa non lo prendeva mai per un altro! I cani, infatti, diceva ancora Lacan, non si costituiscono il cosiddetto Altro maiuscolo, l’Altro del simbolico, in cui si colloca la catena significante; essi si rapportano al proprio padrone come a un altro minuscolo a causa, suggerisce Lacan, del loro olfatto che, invece, l’uomo ha perso…. Interessante, vero?

Ma torniamo ora a “Televisione”. “L’inconscio”, dice Lacan, “ça parle, il che lo fa dipendere dal linguaggio” (p. 16). Il linguaggio è la condizione dell’inconscio, che parla, ma il cui pronome è ça, che è anche la traduzione francese dell’Es freudiano, vale a dire dell’istanza psichica primitiva, indifferenziata ed inconscia, che comprende le pulsioni originarie. “Ça parle” significa quindi che l’inconscio è un sapere senza soggetto, che parla, che dice qualcosa; è un sapere che l’individuo non sa di sapere e che è mosso dalle pulsioni interne. Mentre la linguistica – da Saussure e da Jakobson in poi – si occupa del linguaggio, delle sue strutture e delle sue funzioni, Lacan, già nel Seminario Ancora, nel dicembre del 1972, aveva inventato il neologismo “linguisteria” per indicare piuttosto lo studio di quello che il linguaggio produce nell’essere parlante, ovvero, l’inconscio, il soggetto dell’inconscio, l’Altro maiuscolo… Come indica in “Televisione”, nel termine “linguisteria” egli raggruppa “quello che pretende (…) intervenire negli uomini in nome della linguistica” (p. 16). Potremmo dire tutto quello che ha a che fare, che dipende dal linguaggio a livello dell’essere parlante e che, per questo, non è propriamente oggetto della linguistica, che si occupa piuttosto dell’enunciato e, solo in parte, dell’enunciazione. La linguisteria – termine con un suffisso che, in genere, si usa per i negozi, i laboratori (birreria, libreria…), i nomi collettivi (biancheria, tifoseria…) o per dare una connotazione spregiativa a un termine (fantasticheria, furberia…) – si occupa del “dire” che, come segnala Lacan nel suo scritto “Lo Stordito”, “resta dimenticato dietro quello che è detto in quello che si intende” (J. Lacan, “L’Étourdit”, Autres écrits, p. 449).

Il linguaggio, inoltre, è già un’elaborazione, una costruzione di senso, rispetto a quello che Lacan indica come l’oggetto proprio della linguisteria, ovvero “lalingua”, in una sola parola, che sta ad indicare il fatto che l’essere parlante, sin dalla nascita, ha un rapporto speciale con la lingua: comincia con la lallazione e poi è impregnato dalle parole, dai suoni della lingua, dai suoi equivoci – ortografici, grammaticali e logici. In questo oggetto nuovo, la lalingua, c’è la traccia del sapere inconscio, è a partire da lalingua che esso si costituisce, diverso per ogni individuo, uno per uno. Per questo motivo, Lacan mette a margine del testo che il linguaggio “ex-siste a lalingua”: lalingua, materna, è un ambito più vasto, non-tutto, ed è partire da lalingua che si articola l’inconscio, in quanto sapere senza soggetto, ma che parla e che, quindi, ha effetti nell’essere parlante. Nel Seminario Ancora, peraltro, Lacan sosteneva già che l’inconscio è un savoir-faire con la lalingua.

Per sottolineare l’importanza di questo nuovo oggetto, l’inconscio, e della sua incidenza, Lacan fa riferimento al concetto di soggetto in Aristotele. Per Aristotele, infatti, il soggetto è il substrato, il fondamento su cui poggiano le qualità accidentali (soggetto metafisico) ed è il soggetto sostanza, unione indissolubile di materia e forma. Questo soggetto-sostanza, dice Lacan, “permette di istituire l’inconscio dall’ex-sistenza di un altro soggetto all’anima”. Ex-siste, cioè, un altro soggetto, il soggetto dell’inconscio, ben diverso dall’anima e che si colloca per così dire “fuori”, ma che è prodotto dal bagno del linguaggio in cui si trova l’essere parlante. L’anima, essenza o forma sostanziale del vivente, invece è la “supposizione della somma delle sue funzioni al corpo” – e questo, dice Lacan, da Aristotele sino a Uexküll, e addirittura ai biologici contemporanei che si trovano a supporla per poter dare una lettura completa del mondo e delle specie. Il “soggetto dell’inconscio”, invece, “tocca l’anima solo tramite il corpo, in quanto vi introduce il pensiero” (p. 16). L’anima, in altri termini, è la forma del corpo – i(a) –, l’essenza dei corpi animati che, per Aristotele e ancora oggi per molti scienziati, dà senso e forma al mondo. Come spiega bene J.-A. Miller, per Lacan come per Aristotele, l’anima è il doppio del corpo mentre il pensiero non è in armonia con l’anima, è “un’altra funzione che disorganizza le funzioni dell’anima-corpo” (cfr. Corso “Tout le monde est fou” dell’anno 2007-2008). Il pensiero, infatti, è del significante che, a livello inconscio, incide sul e nel corpo solo secondo un rapporto “di ex-sistenza” (p. 16).

Per questo motivo, Lacan nega l’idea aristotelica secondo cui “l’uomo pensa con la sua anima”, cioè a partire dalla sua anima, doppio del corpo, come idea dell’uno. Secondo Lacan, infatti, l’uomo “pensa per il fatto che una struttura, quella del linguaggio (…) ritaglia il suo corpo e questo non ha nulla a che fare con l’anatomia” (p. 16). Mentre l’anima è un doppio del corpo anatomico, la struttura del linguaggio, tramite il significante, ritaglia il corpo come avviene nell’isteria in cui il corpo, con il suo dolore o comunque con il suo malfunzionamento, il suo funzionamento disarmonico, si fa portatore di significanti rimossi. Nel caso del sintomo ossessivo – che può presentarsi in tutte le strutture cliniche – il pensiero si introduce invece come una “cesoia”, una trancia, “pensiero di cui l’anima s’ingombra, di cui non sa che farsene” (p. 17). I pensieri ossessivi, infatti, si inseriscono, rompendo l’armonia anima-corpo, disturbandola, ingombrando l’anima … che non sa che farsene e come liberarsene.

Il pensiero, ribadisce ancora Lacan “è disarmonico per quanto riguarda l’anima” (p. 17). Mentre iln Νούς, Nùs greco è “il mito di una compiacenza, di una condiscendenza del pensiero all’anima, di una compiacenza che sarebbe conforme al mondo”. Si tratta, ancora una volta, della critica dell’armonia anima-corpo, dell’armonia anima-mondo che, secondo la tesi di Max Scheler e Thomas A. Sebeok dell’Umwelt, vale a dire dell’ambiente inteso come “universo soggettivo”. Si tratta di una fantasia o, come dice ancora Lacan, di un “fantasma con cui si sostiene un pensiero” (p. 17), il pensiero che fa esistere la “realtà”, filtrata sempre dallo schermo del fantasma che è uno schema mentale, la cornice personale attraverso cui ognuno guarda e legge il mondo e la propria realtà. Lacan arriva persino a dire, ribaltando tutti i luoghi comuni, che la realtà è solo una “smorfia del reale” (p. 17). Per la psicoanalisi, infatti, la realtà è sempre un’interpretazione, una ricostruzione-finzione, a partire da schemi mentali soggettivi che, in genere, hanno una funzione di difesa, mentre il reale, che spunta qua e là – anche nella forma, ad esempio, del pensiero disarmonico – è altra cosa.

A partire da queste affermazioni, J.-A. Miller interroga Lacan in modo polemico e gli chiede, senza peli sulla lingua, se anche la guarigione è un fantasma. Lacan risponde in modo perentorio: “la guarigione è una domanda, che parte dalla voce del sofferente, di uno che soffre del suo corpo o del suo pensiero” (p. 17). Dopo aver mostrato gli effetti del significante che si introduce nel doppio anima-corpo, producendo, da un lato, sofferenza nel corpo o a livello del pensiero e, dall’altro, facendo ex-sistere l’inconscio, Lacan specifica, in modo sorprendente, che la guarigione è anzitutto una domanda, vale a dire una richiesta rivolta a un altro che si suppone possa rispondere. Chi chiede la guarigione a un analista gli suppone un sapere (sui sintomi e sull’inconscio) e un saperci fare con l’inconscio, suppone inoltre che il suo disagio abbia un significato nascosto, inconscio … Quindi, in tale domanda, ha già creato, per così dire, quella che egli suppone sia la relazione analitica: senso nascosto dei sintomi e supposizione di un sapere. Quello che stupisce, dice però Lacan, è il fatto che “vi sia risposta e che da sempre la medicina abbia fatto centro con delle parole” (p. 17).

Si parte, quindi, da una supposizione e si verifica che qualcosa risponde, a livello dei sintomi, a livello della cosiddetta guarigione – ed è questa la cosa che stupisce e che, al contempo, conferma l’elaborazione psicoanalitica sull’inconscio. Le parole hanno effetto sui sintomi, sulla condizione di chi soffre e questo accadeva ancor prima che fosse “avvistato l’inconscio” (p. 17) poiché la medicina si è sempre servita – forse più nel passato che ora – delle parole. Lacan ne deduce che “una pratica non ha bisogno di essere illuminata per operare”. Ciò significa che le parole, i significanti producono degli effetti, operano, agiscono sull’essere parlante… in maniera, diremmo, quasi automatica poiché siamo esseri di linguaggio. Una pratica clinica, quindi, può usare le parole e produrre degli effetti senza per questo, però, essere illuminata, essere cioè orientata… senza cioè che essa sappia, almeno in parte, dove sta andando.

A questo punto J.-A. Miller spinge Lacan a prendere una posizione più esplicita rispetto alla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia. Lacan fa notare che, all’epoca, non c’era psicoterapia che non fosse tenuta ad essere “d’ispirazione psicoanalitica”, questo era l’orientamento prevalente. Erano gli anni ’70 e la psicoanalisi, in quanto sapere e pratica sovversiva, orientava le psicoterapie, il lavoro terapeutico nelle istituzioni e anche l’elaborazione del sapere in ambito universitario. Ora, come sappiamo, la situazione è molto diversa. La “distinzione” tra psicoanalisi e psicoterapia, ovviamente, non è solo quella che Lacan segnala, ironicamente, dell’utilizzo o meno del lettino. Questa differenza, infatti, rassicurerebbe solo gli analisti che, nelle “società” di psicoanalisi prive della prova della passe per determinare chi è analista o meno, fondano l’appartenenza ad esse dei loro membri più a partire dai cosiddetti rapporti di categoria che non dalla loro pratica. Sappiamo che questa è una critica costante di Lacan, che vede nelle Società di psicoanalisi, precisamente per la loro struttura, dei luoghi in cui spesso si lavora contro l’inconscio, contro il discorso psicoanalitico. Per questo Lacan esplicita meglio la differenza tra la pratica analitica e la psicoterapia che riguarda due modalità molto diverse di intendere l’ascolto e l’uso delle parole nella clinica.

Se la struttura è il linguaggio – condizione dell’inconscio – vi sono due versanti, secondo Lacan, propri del linguaggio. “Il versante del senso, quello di cui si crederebbe che è quello dell’analisi, che ci riversa senso a fiumi per il battello sessuale” (p. 18). È una frase complessa ma di fondamentale importanza: il versante del senso si crede sia quello che si dovrebbe trovare nell’analisi. In realtà il senso, che si versa in analisi – come un liquido – ha le gambe corte e spesso va in un’unica direzione: in effetti il termine “bateau” in francese si usa anche nell’espressione “mener en bateau” che significa “menare o prendere per il naso”, mentre l’uso aggettivale del sostantivo sta ad indicare qualcosa senza originalità, trito e ritrito. Il versante del senso che si produce in analisi, quindi, non è il versante più importante, gira in tondo, e inoltre, da Freud in poi, è sempre il senso sessuale, quello rimosso. “Quello che colpisce”, continua poi Lacan, è che questo senso si riduca al non-senso, vale a dire al “non-senso del rapporto sessuale” (p. 18), che da sempre è sullo sfondo dei “detti dell’amore”. Proprio perché non esiste rapporto sessuale, perché la sessualità fa buco tra e negli esseri dei due sessi, perché tra i due c’è la stessa disarmonia prodotta dal significante tra corpo e anima, esistono i detti, le parole d’amore, le lettere d’amore… Questa produzione significante si colloca precisamente su quel buco. Così possiamo intendere il termine non-senso utilizzato qui da Lacan: il senso è la catena significante, l’elaborazione simbolica mentre il non-senso è il buco, l’impossibilità di dire, l’indicibile che viene coperto, in modo difensivo, dal senso dei detti dell’amore. Questo non-senso, però, dice Lacan, è “patente al punto da essere urlante” (p. 18), così come diceva, un po’ ironicamente, ma non troppo, che l’uomo e la donna s’intendono…sì.. s’intendono urlare.

Questo, ironizza Lacan, “dà un’alta idea dell’umano pensiero”, (p. 19) semplice elaborazione di senso, per coprire il vuoto del non-senso. Il senso, dice ancora Lacan, si fa prendere per buon senso, che è anche il senso comune, e questo “è il culmine/apice del comico”, comico che, però, è connesso comunque con il “sapere del non-rapporto”. Il comico, in altri termini, è del senso, spesso comune, che, però, parte, ha sullo sfondo, il sapere del fatto che non esiste rapporto sessuale, che c’è un buco centrale, nella relazione fra i sessi e, in senso lato, nell’ideale della coppia anima-corpo. Da questo sapere di fondo deriva “la nostra dignità”, dice Lacan, che dà il cambio (“prend son relais, voire sa relève”, due modi – uno maschile e l’altro femminile – per dire la stessa cosa) al comico. A questo potremmo aggiungere che, per Lacan, il comico è più dignitoso della tragedia, che comunque non è più dei nostri tempi; il comico, infatti, parte da una creazione soggettiva, un’invenzione più o meno inconscia, che si origina dal buco del non-rapporto… ed è proprio per questo che ridiamo, spesso in modo difensivo. La tragedia è tutta un’altra storia….

Il buon senso, però, ha anche un altro effetto: mentre la commedia produce il riso, e quindi, una certa divisione, il buon senso, dice Lacan, “rappresenta la suggestione” (p. 19). Il buon senso, cioè, con i suoi significanti fornisce, a chi soffre, dei rappresentanti a cui identificarsi, con cui cioè fare Uno. É un effetto positivo ma anche un pericolo che dipende dallo statuto stesso del significante: la parola dà un essere, fa esistere e quindi produce identificazioni. Proprio per questo motivo, come sottolinea Lacan, “la psicoterapia, qualunque essa sia, è inconcludente, non che non eserciti qualche bene, ma questo riconduce al peggio”. (p. 19) L’espressione “tourne court”, che significa inconcludente, in francese contiene anche il verbo girare, nel senso che il buon senso fa dietro front, che non approda a nulla. La psicoterapia, in quanto si fonda solo sul versante del senso, può produrre effetti terapeutici, può esercitare un qualche bene…. Ma questo bene riconduce al peggio in quanto, da un lato, il senso è limitato, gira in tondo al buco senza-senso, dall’altro, il senso è proprio ciò di cui il sintomo si alimenta, in quanto, come vedremo in seguito, per Lacan, il sintomo è un nodo di significanti. Per questo motivo, vira al peggio: alimenta il sintomo e moltiplica le identificazioni. L’inconscio, così come ha indicato Freud quando lo ha scoperto, corrisponde alla “insistenza con cui si manifesta il desiderio o, anche, la ripetizione di quello che vi si domanda” (p. 19); la scoperta dell’inconscio, infatti, è strettamente legata alla scoperta di qualcosa che si insiste – il desiderio inconscio – e che si ripete nel sintomo – come domanda con la D maiuscola, com’è indicato a margine del testo. Come ha spiegato Jacques-Alain Miller, in questo testo Lacan arriva a sostenere una “certa equivalenza della domanda e del desiderio non fosse che per il fatto che la rivelazione della causa del desiderio si fa a partire dalla domanda” (cfr. J.- A. Miller, Corso “1,2,3,4”, 1984-85). La domanda introduce l’Altro ed è quello che sta sotto ad ogni dire. Lacan dice addirittura che il soggetto non fa altro che domandare, in ogni suo dire, in ogni sua parola. Questo è l’inconscio a livello più libidico, così come si manifesta nel corpo e nella vita di un individuo attraverso le pulsioni. Se lo consideriamo, invece, a livello del linguaggio, in quanto ciò che lo condiziona, ciò che lo “comanda” (p. 19), Lacan segnala che la struttura è quella che il linguaggio fa “nella lalingua” (p. 19) in quanto il linguaggio è un’elaborazione, un’astrazione rispetto al corpo materiale della lalingua. Queste due modalità, questi due aspetti dell’inconscio, ci ricordano, dice Lacan, che “al versante del senso che nella parola ci affascina” (p. 19) lo studio linguistico oppone, come aveva già anticipato prima, il versante del segno. La parola ci affascina in quanto fa uno, fa essere, fa esistere, a partire dal magma confuso della lalingua, una forma dell’uno, un significante, un senso. Per questo Lacan fa riferimento a Parmenide, il filosofo che ha immaginato, dice Lacan, “il pensiero” dell’essere, ovvero “l’essere è non può non essere, il non essere non è e non può essere”. Immaginando l’essere, essere di parola nella forma del pensiero, in realtà, secondo Lacan, l’essere “fa schermo” alla parola. L’essere del pensiero, cioè, è una sorta di difesa, uno schermo, rispetto alla materialità della parola stessa. A questo punto Lacan, dopo aver criticato il versante del senso privilegiato nella psicoterapia, accenna alcuni elementi relativi al versante del segno, proprio della psicoanalisi. Nella linguistica di F. de Saussure, il segno è l’entità psichica costituita dall’associazione di un concetto (un pensiero) e di un’immagine acustica, cioè del significato e del significante, che è alla base della lingua, definita come un «sistema di segni distinti, corrispondenti a idee distinte». Tale associazione è logicamente arbitraria. Lacan sostiene che solo con Freud, il sintomo, ha aperto la via, il versante del segno significante: “c’è voluto Freud perché, docile all’isterica, arrivasse a leggere i sogni, i lapsus, addirittura i motti di spirito come si decifra un messaggio cifrato”. (pp. 19-20). Solo con la psicoanalisi, quindi, i sintomi e le formazioni dell’inconscio sono stati decifrati come dei messaggi cifrati, messaggi segreti in cui il senso apparente (il concetto) non dice molto del senso nascosto, a cui si arriva piuttosto per la via del segno (il significante in quanto tale, il suono, la materialità stessa della parola).

A mo’ di sfida, J.-A. Miller gli chiede di “provare che è proprio quello – e tutto quello – ciò che dice Freud”. Lacan ribadisce che nei testi di Freud “non si tratta di nient’altro che di una decifrazione di dit-mensione significante pura” (p. 20). A questo proposito è interessante notare che, in francese, il termine “déchiffrage”, decifrazione, si usa soprattutto nel senso della lettura a prima vista di un brano musicale, una lettura della lettera, della cifra, che esclude il senso. Il termine dit- mensione, in francese dit-mension, che si pronuncia come il termine corretto dimension (dimensione) ci fornisce un altro esempio di quello che Lacan intende con il versante del segno. Il suono delle due parole, infatti, è lo stesso ma nella formula inventata da Lacan (dit-mension) c’è una t in più, che non si sente a livello del suono ma che si può leggere e che insinua, che provoca un’altra lettura del termine in questione. In effetti, il neologismo dit-mension sta ad indicare qualcosa di più vasto della semplice dimensione, ovvero la mansione (mansion si pronuncia nello stesso modo) del detto, il luogo deputato al detto. Le formazioni dell’inconscio descritte da Freud, infatti, sono in primo luogo “un fenomeno articolato cioè verbalizzato” (p. 20). Poi, progredendo in “un tessuto di equivoci, di metafore, di metonimie”, Freud evoca una sostanza, che Lacan definisce, in modo un po’ irriverente, un “mito fluidico che intitola con il nome libido” (p. 20). A partire dallo spostamento dei significanti, dal tessuto della lalingua, Freud suppone che vi sia un motore, una forza, addirittura una sorta di fluido che, in realtà, è solo un’ipotesi (un mito), e cioè la libido, che però si verifica nell’esperienza propria del soggetto stesso. Quello che Freud compie, quello che realizza nella sua pratica, ci dice Lacan, è una traduzione parola per parola che è possibile proprio perché il funzionamento dell’inconscio segue le leggi del linguaggio ovvero lo spostamento e la condensazione. Grazie alla sua “arte” (p. 20) di traduttore, Freud ci mostra che, dietro le trasformazioni significanti, nei “défilés logici” (p. 20) delle sue decifrazioni, quello che si agita è il godimento, traduzione lacaniana della libido. Il godimento circola nelle strettoie logiche, nei passaggi tortuosi tra un significante e l’altro ed è anche ciò che spinge da un significante all’altro. La differenza fra significante e significato – già scoperta dagli stoici – è ciò che sta alla base della linguistica, il cui oggetto di studio è il segno e, in primis, il significante. Il significante, però, differisce dal segno in quanto, come dice Lacan, “la batteria (dei significanti) si dà già nella lalingua” (p. 21), nella lalingua, in effetti, in quanto fuori senso, pura accozzaglia di suoni, ci sono i significanti, non il segno, e quindi, il senso. La lalingua, però, aggiunge a margine del testo Lacan, “è condizione del senso”, è la “cifra del senso”. Come spiega molto chiaramente Lacan, nella “batteria significante”, “ogni parola vi prende, secondo il contesto, una gamma enorme, disparata, di senso, il cui carattere eteroclito si attesta spesso nel dizionario” (p. 21). Uno stesso significante, come sappiamo bene, può avere sensi diversi a seconda dell’uso; lo stesso vale anche per frasi intere, le cosiddette frasi paradigmatiche.

In questa Babele del significante, però, qualcosa fa da limite, costituisce un punto di arresto: la grammatica che, in francese (in italiano la cosa è un po’ diversa), si manifesta attraverso la scrittura (ad esempio: “livre” e “livres” si pronunciano nello stesso modo, ma è solo la scrittura che, seguendo la grammatica, decide del senso del significante). La grammatica in quanto punto di arresto, alla fuga del senso, introduce un “reale”, “che resta enigma” (non sappiamo perché una lingua abbia certe regole grammaticali e non altre) fintanto che, dice Lacan, “all’analisi non risalti una molla pseudo-sessuale: cioè il reale che, in quanto non può che mentire al partner, si iscrive di nevrosi, di perversione o di psicosi” (p. 21). Proprio perché il reale – della grammatica e non solo – è fuori senso, resta un enigma, l’essere parlante trova un senso, cioè un legame tra S1 e S2, un legame di copula che, in questo senso, è pseudo-sessuale. Il reale quando entra nel legame, nel senso, non può che essere menzogna, verità non-tutta rispetto al partner. E l’unico elemento che permette di differenziare questa, per così dire, menzogna è la prospettiva o, dal punto di vista psicoanalitico, le dinamiche inconsce che la producono. Come aveva già indicato Freud, la nevrosi si fonda sulla rimozione, la

perversione sul diniego e la psicosi sulla forclusione … di uno stesso elemento, cioè il reale fuori senso, ciò che fa trauma e che il senso, e quindi la menzogna, cerca di ricoprire. Come indica J.-A. Miller nel suo corso del 1983-84, “il reale in quanto oggetto non può che mentire al partner, perché comporta precisamente che non esiste rapporto sessuale”. (Cfr. J.-A. Miller, “Delle risposte del reale”, corso del 1983-84) Anche nell’amore, tra un partner e l’altro c’è del reale, il godimento del singolo che fa sì che la “relazione all’altro sia solo un

rivestimento” del buco tra i due.

In realtà, il reale del linguaggio non si manifesta solo nella e con la grammatica. Come indica, infatti, Lacan, “è per il fatto che ogni significante, dal fonema alla frase, possa servire da messaggio cifrato (personale, diceva la radio durante la guerra) che viene alla luce come oggetto” (p. 22). Ogni significante, anche un fonema, infatti, può servire da messaggio, e per questo può emergere come oggetto, come un elemento a sé. Il fatto che un significante possa essere, emergere come oggetto, secondo Lacan, spiega anche il fatto che “nel mondo, il mondo dell’essere parlante, c’è dell’Uno, vale a dire dell’elemento”, (p. 22) da intendersi nei vari significati del termine greco στοιχεῖονcioè “principio, rudimento, lettera dell’alfabeto”. Proprio perché c’è il significante, anche nel suo aspetto di lettera vale a dire come oggetto, laddove c’è essere parlante, c’è dell’Uno, tensione verso l’Uno.. dell’amore, della religione, del potere…. L’Uno in

tutte le sue declinazioni.

Alla fine del capitolo, Lacan ritorna ancora alla scoperta freudiana, cioè alla scoperta dell’inconscio per ribadire, invitando il pubblico televisivo a leggere o a rileggere i testi di Freud, che nell’inconscio non si tratta di “accorgersi che all’incirca si può dare un senso sessuale a tutto quello che si sa, per il motivo che conoscere si presta alla metafora risaputa di sempre” (p. 22). Ancora una volta, Lacan sottolinea che il senso sessuale si trova ovunque, a iosa, ma che non è questo ciò che Freud scopre nell’inconscio. Non si tratta infatti di conoscere – verbo che già nella Bibbia e nel Vangelo aveva un senso sessuale (nella forma “conoscere una donna”, Genesi, 4,1, 17, 25;19,8; ecc) – non si tratta, ripete, del “versante del senso”, proprio della psicoterapia e che Jung ha sfruttato nella sua elaborazione… trovando senso in ogni dove. Con l’inconscio, si tratta di fare altro… “È il reale che permette”, dice Lacan, “di sciogliere effettivamente ciò di cui il sintomo consiste, ovvero un nodo di significanti” (p. 22). Questa è la frase centrale di tutto il capitolo e che indica in che modo Lacan intende la psicoanalisi, dopo Freud. Solo il reale, inteso come la lettera, il buco, il taglio, è ciò che permette, in modo effettivo, in modo fattuale, di sciogliere quel nodo che è il sintomo. Proprio perché il sintomo è un nodo di significanti, un annodamento di significanti diversi, è necessario operare con qualcosa che lo

sciolga e questo qualcosa è il reale. Come segnala Lacan, i verbi “annodare e sciogliere” (p. 22) non vanno intesi in senso metaforico ma in senso concreto, effettivo, per riprendere l’avverbio effectivement, che si usa raramente in francese ma che Lacan adotta. Il nodo che costituisce il sintomo, infatti, è costituito da significanti, dalla “materia significante”, che si aggregano in “catene”, in anelli, che si annodano fra loro grazie gli equivoci significanti, che, come indica Lacan, sono “la legge del significante” (p. 22). L’equivoco – vero è proprio “godi-senso” (neologismo di Lacan che, volutamente, lascio aperto, senza spiegazione…) – è ciò che fa sì che la materia significante si annodi… sino a produrre un sintomo, quello che la

psicoanalisi tenta di sciogliere.

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