La palestra: un territorio sconfinato

di Omar Battisti

Riporto un’esperienza di lavoro occorsa molti anni fa, con un bambino con cui lavoravo a scuola, seguito da alcuni spunti sull’insegnamento che per me ne è derivato.

Subito dopo aver finito di scrivere gli appunti sul lavoro, riprendo la lettura di un articolo che avevo interrotto qualche settimana prima.

L’ultimo giorno tutti erano in palestra per le prove della festa finale. Palestra che è anche il luogo di ritrovo e di partenza verso casa. Redigendo gli appunti, notavo come il lavoro di tutta l’ultima mattinata fosse stato semplicemente, si fa per dire, quello di consentire che Mario prendesse il suo ritmo per entrare in palestra e che qui potesse farci qualcosa di suo. È stato come un approdo, che ha toccato terra quando, dopo un po’, Mario mi risponde: “Voglio un foglio bianco”, in seguito al mio va e vieni dalla palestra al posto esterno dove si era seduto lontano dallo sguardo di tutti.

Mi accompagna nel corridoio della palestra, attiguo ma separato dal resto dei bambini da due porte che si premura di chiudere. Qui, seduto ad un tavolo, fa un disegno di un orologio con tanto di numeri disposti ordinatamente in cerchio, con l’aggiunta successiva di scritte che sanciscono e scandiscono il suo stare a casa, venire lì, tornare a casa e una casella vuota con solo un punto esclamativo. Finita questa scrittura si avvicina all’unico ingresso alla palestra che dai corridoi vi accede senza porte. C’è solo una soglia vuota, davanti a cui si trovano dei tappetoni.

Lui li posiziona creando un bordo che continua con alcuni degli zaini dei bambini. Legge il nome che vi è scritto e poi li posiziona costruendo così un percorso, che è anche un bordo tra lo spazio in cui sta e quello di tutti gli altri. Ci cammina sopra, attento a non cadere. Fiero mi dice: “Guardami. Sono il migliore!” ripetuto alcune volte. Io aggiungo, riprendendo una parola che lui stesso dice di sé, “Il migliore equilibrista del mondo”. “Sì”, esclama con gioia.

Mi chiede di registrare un video con lui che fa questo percorso. Questo è per me un passaggio, in quanto chiede di essere filmato invece di guardare lui stesso dei filmati con dei personaggi che lo interessano. Così lui diventa protagonista e cameramen, visto che poi è lui a registrare un filmato. Torna a guardare altri filmati, dopo essere venuto a chiedermi di poterlo fare, con una parola tanto semplice quanto eloquente. Dico di sì, rimandando all’accordo tra me e lui di guardare i filmati in un tempo stabilito, (un accordo non è un premio!), ma dico che quando è ora della merenda devo riprenderlo. “Sì”, dice lui. Arriva la merenda e glielo faccio presente. Senza il minimo problema smette di guardare il filmato e così inizia il secondo tempo della conquista della palestra: corre dietro al pallone, con gli altri bambini che giocano a calcio; si mette in fila per fare canestro con altri bambini ancora e ne sceglie uno con cui giocare a “prendi prendi” mentre anche io gioco a calcio. Quando è ora di tornare a casa, esce dalla palestra e per l’ennesima volta chiude la palestra, questa volta però accompagnando la porta chiusa con un sospiro, tra il sollievo e la soddisfazione. Cosa che sottolineo dicendo che ora la porta è proprio chiusa, siamo gli ultimi ad uscire e dentro non c’è e non entrerà più nessuno.

Mi riferisco ora ad un articolo di Miquel Bassols pubblicato su Quarto numero 122, Istitution ◊ féminité, dal titolo: Incosciente et parlêtre – Pour une clinique de l’escabeau. Ne riprendo la lettura dall’ultimo passaggio sottolineato: “la logica del litorale dove è tutto l’altro territorio a fare da frontiera. Non c’è una frontiera tra i due, ma l’altro territorio è la frontiera”.

Da qui l’urgenza di questa scrittura, per testimoniare dell’insegnamento che Mario mi ha dato di questo assunto. Me lo ha spiegato con una chiarezza, una delicatezza e una grazia assolutamente singolare.

Un confine, la frontiera tra due territori, prevede una reciprocità, se non altro immaginaria, tra dentro e fuori. Immaginaria in quanto una linea, secondo la geometria euclidea, permette di distinguere nettamente tra i due: dentro/fuori, uno/altro, eccetera. In questa logica varcare una soglia è entrare in un luogo diverso, ma simile, a quello da cui si proviene o in cui si sta. È la similitudine immaginaria che permette di differenziare uno stesso spazio in dentro e fuori, o di differenziare qualcosa come “uno” rispetto a tutti gli altri. Questo funziona a condizione che lo spazio sia costituito come tale, ovvero che ci si possa identificare come uno che circola nel mondo. L’habitat umano è molto meno naturale di quanto si pensi. Il linguaggio lo rende irrimediabilmente definito da coordinate fuori natura. I quadri di Escher ne sono una chiara testimonianza, così come l’ondata di distruzione che viene scagliata contro chiunque tenti di approdare in uno spazio considerato invalicabile: il proprio. Se lo spazio non è costituito come tale, muoversi non è facile. Occorre un lavoro, non un’attività di un qualche genere, serrato e impegnativo per orientarsi in assenza delle coordinate solitamente inscritte simbolicamente.

“Equilibrista” è il nome che sancisce una posizione rispetto alla propria esistenza. È meravigliosa, sorprendente e poetica, l’operazione che compie Mario: costruisce una linea di confine, una frontiera con gli oggetti che preleva dagli altri. Ma non per chiudersi dentro o chiudere fuori gli altri. Infatti non è tanto questa costruzione l’aspetto prioritario, quanto il camminarci in equilibrio su questo bordo così esiguo: degli zainetti e due tappetoni. Dopo di che si lancia alla scoperta della palestra che diventa un territorio meno ostile e sconfinato, più alla sua portata. Ma non basta. Si può dire che Mario si issi su questo bordo, ne faccia uno sgabello su cui sostenersi per “ottenere […] l’estrazione di un oggetto chiave nella costituzione di questo spazio”.

Non è l’attraversata dell’Atlantico che porta alla scoperta dell’America, ma la circumnavigazione del posto dato dall’altro, per tentare timide incursioni verso un approdo ad un’esistenza meno segregata da un godimento mortifero. Con quest’ultima frase non mi riferisco tanto a Mario, ma al suo insegnamento per me.

E’ strabiliante. Orientati dal reale proprio ad ogni corpo parlante, il bambino autistico è nella posizione di poter insegnare al mondo contemporaneo la differenza tra frontiera e litorale. Questo ha ripercussioni politiche. A ciascun analista il compito gioioso di esserne all’altezza.

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